Protezione industrie e stabilimenti  

 
Approfondimento a cura di Lorenzo Grassi  

 
LA CINTURA PRODUTTIVA DELLA CAPITALE  

Manifestino degli Alleati Dei 53 bombardamenti Alleati che colpirono Roma durante la seconda guerra mondiale, dal luglio 1943 sino al giugno 1944, molti furono mirati a metterne fuori uso la produzione industriale, che in quell'epoca era quanto mai fiorente, dava lavoro a migliaia di operai e poteva vantare eccellenze di livello internazionale (dalla Snia alla Fiorentini, dal Gazometro alla Pantanella). Pur in presenza dell'unilaterale dichiarazione di "Roma Città Aperta" - mai attuata dai comandi tedeschi occupanti e mai riconosciuta dagli Alleati - le lavorazioni di diversi stabilimenti della cintura urbana erano state dove possibile riconvertite a sostegno dello sforzo bellico. E questo rendeva le fabbriche un bersaglio privilegiato dei raid aerei. La protezione antiaerea degli stabilimenti industriali - affidata agli stessi privati - fu resa obbligatoria solo con la legge n. 1841 del 28 novembre 1940, dunque a guerra già iniziata.  

In questo campo, la nostra ricerca ha riguardato sino ad ora tre situazioni presenti nella Capitale: lo stabilimento sulla via Tiburtina della fabbrica di escavatori "Filippo Fiorentini", con il recupero della memoria storica della "strage dimenticata" del 3 marzo 1944 (120 vittime); il deposito dei tram di Porta Maggiore e lo stabilimento della Snia Viscosa sulla via Prenestina.  

 
LA STRAGE DIMENTICATA DELLA FIORENTINI  

Nel bombardamento compiuto dagli Alleati il 3 marzo 1944 sulla Capitale si consumò sulla via Tiburtina una strage rimasta poco conosciuta e quasi persa alla memoria della città, nonostante rappresenti uno degli episodi più tragici (come numero di vittime in un unico luogo: ben 120) nell'intera storia dei bombardamenti aerei sull'Italia. Venerdì 3 marzo 1944 giunsero su Roma 184 aerei Marauder che in più ondate, a partire dalle 11 del mattino e per un'ora e mezza, sganciarono quasi 1.800 bombe sui quartieri Tiburtino, Prenestino e Ostiense. L'obiettivo erano gli snodi ferroviari e le attività industriali. I "danni collaterali" furono ingenti (colpiti anche il Cimitero Acattolico e la Basilica di San Paolo), così come le vittime civili: il bilancio finale dell'incursione - sottostimato - registrò oltre 600 morti e un migliaio di feriti. Una zona duramente bombardata fu quella di via Tiburtina, Pietralata e Portonaccio. Nel 2004 nei giardini di largo Beltramelli è stato posto un monumento - opera dello scultore Ginob - in memoria delle vittime. Il 3 marzo 2014 si è tenuta una commemorazione in occasione del 70esimo anniversario del bombardamento.  

 
        
Il monumento posto nei giardini di largo Beltramelli in memoria delle vittime del bombardamento del 3 marzo 1944.  

 
Poco distante si consumò la strage. All'altezza del civico 364 della Tiburtina non lontano dal cavalcavia sullo scalo ferroviario (nell'area dove oggi c'è una grande stazione di servizio), su 10 mila metri quadrati dei quali la metà coperti da capannoni si estendeva lo stabilimento della fabbrica di escavatori "Fiorentini". Al suono delle sirene dell'allarme antiaereo, 180 persone (ma "Il Messaggero" dell'epoca parla di 280) tra operai, tecnici e organizzatori che in quel momento si trovavano al lavoro scesero di corsa nel lungo e stretto ricovero collettivo sotterraneo che era stato predisposto dall'azienda. Secondo alcune versioni capitò sfortunatamente che con un tiro di rara precisione una bomba da oltre 200 kg (500 libbre), assumendo una traiettoria quasi orizzontale, finì per colpire in pieno e in modo micidiale l'ingresso del ricovero. "Il Messaggero" dell'epoca riferisce invece di tre bombe che colpirono la fabbrica, con testimonianze di operai che si salvarono in quanto vicini all'ingresso (rimasto dunque integro). Parenti delle vittime precisano, inoltre, che a loro memoria il ricovero era stato realizzato con l'interramento di una struttura tubolare in lamiera. Fatto sta che l'interno del rifugio si trasformò in un inferno di fuoco, schegge e fumo; mentre la copertura di terra collassava soffocando e seppellendo vivi gli operai. Il bilancio della carneficina salì rapidamente a 117 vittime, con molti feriti gravi e mutilati a vita (qui l'elenco completo delle vittime). Le squadre dei vigili del fuoco restarono all'opera incessantemente e pietosamente per tre giorni di fila per estrarre i resti dei corpi e allineare le bare. Fra i deceduti anche il professore Enzo Mariotti, marito di Annamaria Fiorentini e genero dell'ingegnere Filippo Fiorentini, fondatore della fabbrica.  

Il Messaggero Così "Il Messaggero" del 4 marzo 1944 raccontò la strage:  

Mentre a bordo di un camioncino del "Messaggero" ci si recava in una delle zone maggiormente colpite, al Tiburtino, poco oltre il ponte di Portonaccio due uomini ci vengono incontro. Gesticolano, per attirare la nostra attenzione. Ci fermiamo: sono due operai. Uno d'essi ha il viso insanguinato. Si avvicina, si presenta "Monari" e concitatamente ci invita a prenderlo a bordo insieme al suo amico: "Ci sono molti morti, molti feriti laggiù". "Laggiù dove?". "Là all'officina Fiorentini. V'insegno io la strada". Attorno continua ad udirsi il rombare delle bombe che squarciano il terreno di Pietralata, del Tiburtino III.  

Ci avviamo: poco oltre un cumulo di macerie, molto fumo. È quel che resta dello stabilimento "Fiorentini" e della casa n. 364 di via Tiburtina. A mano, a mano che ci si avvicina Monari ci spiega: tre bombe hanno preso in pieno la fabbrica ed hanno sfondato il ricovero. Nel ricovero sono 280 operai che vi sono rimasti sepolti. Giunge ora una colonna di macchine dei Vigili del Fuoco. I vigili accorrono tra le macerie, gli attrezzi sono all'opera. Si scava, si scava febbrilmente. Ecco appare il corpo di un uomo: è morto. È l'operaio Augusto Capri. Monari che ci è vicino sorregge l'altro suo compagno che ora accusa il dolore delle ferite. Spiega ancora concitatamente: "Eravamo sulla porta del rifugio, così ci siamo salvati". D'un tratto abbandona il compagno e cade a terra svenuto. Si tenta di farlo rinvenire. Invano. Insieme ad un altro ferito che è stato ora estratto dalle macerie, lo adagiamo sul nostro camioncino e si accorre verso un ospedale.  

Ma lungo la strada Monari rinviene e smania che vuol tornare sul posto, vuole essere là dove le macerie ricoprono i suoi 280 compagni. Si cerca un'altra macchina che porti il secondo ferito all'ospedale. Purtroppo anche in questa angosciosa circostanza si deve constatare che l'egoismo umano non ha limiti: il furgoncino Roma-4910 al quale si chiede ausilio rifiuta di portare il ferito. Lo segnaliamo. Fortunatamente sopraggiunge una auto privata e con noi si offre di trasportare i feriti all'ospedale. Ne sono stati estratti, intanto, una decina. È inutile domandare nomi. Sono inebetiti dal dolore e dal terrore. Purtroppo i morti sono una cinquantina estratti fin'ora. Tra questi oltre Augusto Capri, sono Giovanni Sarti, Otello Fegeri, Ruggero Cocco. Apprendiamo che tra i sepolti vi è anche l'ing. Vestuto della fabbrica "Fiorentini".  

Intanto sul posto giungono autorità germaniche, e subito dopo mons. Traglia vice gerente del Vicariato di Roma insieme a monsignor Ercole. Le opere di escavazione continuano a ritmo celere, febbrile grazie all'ausilio della Nomentana dell'U.N.P.A. giunta sul posto col suo comandante. I corpi degli uomini continuano ad essere estratti: sono, purtroppo, quasi tutti morti. Ora al rombare degli apparecchi, alle esplosioni, al duro cozzo degli attrezzi di lavoro contro le pietre dirute, si unisce la voce lenta, solenne del Sacerdote che impartisce l'Assoluzione alle salme. Celebra la mesta cerimonia, alta la Croce nella luce diurna resa opaca dal fumo e dalla polvere. Padre Francesco Maria Da Pinerolo, parroco di S. Lorenzo al Tiburtino, assistito da Padre Lesly. Le parole del Sacerdote di Dio "Ego te absolvo..." si perdono nel frastuono del bombardamento.  

I vigili agli ordini del loro comandante ing. Bontà si prodigano senza sosta. Attorno è lo spettacolo triste delle altre case colpite. Tutta la striscia dal n. 227 al 235 sono danneggiate più o meno gravemente. Dal Tiburtino III, poco lontano da qui, giungono a frotte gli abitanti. Anche essi hanno avuto le loro povere case danneggiate. Tragica nuova: circa 200 sono i morti sepolti nel crollo di quel ricovero. Alle grotte Poliane, scelte dalla popolazione quale rifugio, esplodevano bombe uccidendo 15 persone e ferendone altre, mentre più grave lutto dobbiamo registrare al casale Calvani dove rimanevano sepolti oltre 150 rifugiati. Monari che ci è vicino impreca e leva il pugno verso il cielo, Verso i "Liberatori".  

Dello stabilimento restarono solo macerie e poco dopo (il 18 novembre 1944), angustiato dalla tragedia, Filippo Fiorentini morì di crepacuore, seguito dopo qualche settimana dalla moglie. Il figlio ingegnere Giuseppe, suo successore alla guida della fabbrica - che nel dopoguerra rinnovò con slancio "e senza avere una lira di aiuto dallo Stato" in altra sede - si vide chiamato a rispondere in tribunale dell'eventuale responsabilità della ditta per non aver predisposto al meglio la protezione antiaerea delle maestranze. Il processo si chiuse alla prima udienza e i titolari furono scagionati perché presentarono il certificato della Commissione prefettizia che riconosceva la validità del ricovero. Ma l'ingegnere Giuseppe Stellingwerff, già a capo dell'Unione nazionale protezione antiaerea, nel dopoguerra (con ogni certezza proprio in riferimento all'eclatante episodio della Fiorentini) scrisse: "Vediamo quel che è avvenuto a Roma sia nelle numerose caverne a ridosso di Portonaccio sia nel ricovero di uno stabilimento industriale della stessa zona. Nelle prime le bombe penetrarono nel terreno fino in vicinanza delle gallerie, demolendole con gli scoppi; nel secondo, costruito senza tener conto delle prescrizioni per la protezione dal colpo in pieno, oltre ad aversi celle troppo grandi e diaframmi di insufficiente spessore era superiormente stato disposto uno strato di terra dello spessore di circa 3 m. Colpito in pieno, il terrapieno franò nelle sottostanti celle soffocando quelli che pur erano scampati all'esplosione".  

 
 
La Palazzina Rossa nell'ex stabilimento della Nuova Fiorentini dove è collocata la lapide e la lista dei 120 nomi delle vittime.  

 
Nel nuovo stabilimento, che venne realizzato in un'area adiacente l'attuale via Filippo Fiorentini, all'interno della Palazzina Rossa, fu apposta una targa a "perenne ricordo" delle vittime del bombardamento. Sulla lapide sono riportati 120 nomi (116 uomini e 4 donne): il bilancio finale della strage fu aggravato dai feriti deceduti nei mesi successivi (qui l'elenco completo delle vittime). Davanti alla Palazzina fu anche messa a dimora una palma come segno di pace. Questo secondo stabilimento della Nuova Fiorentini è stato demolito in epoca recente per la realizzazione della "Cittadella della piccola e media impresa" e della nuova sede del Municipio IV (ex V). La Palazzina Rossa è sopravvissuta, ma si trova a ridosso dell'area del cantiere (fermo da anni in conseguenza dei problemi finanziari del gruppo Ligresti). Questa preziosa traccia della memoria storica cittadina è dunque in un luogo nascosto e a rischio: è necessario trovarle una collocazione più degna, visibile e sicura. Fra le proposte, quella di collocarla nella futura aula consiliare del Municipio.  

Lapide al cimitero del Verano Un'altra testimonianza è presente nel Cimitero monumentale del Verano, dove si trova la sepoltura comune di 23 vittime del bombardamento della fabbrica (sulla lapide tra i nomi è presente anche quello di un'altra donna, Rosaria Guiducci, che non compare nella targa della Palazzina Rossa). Per raggiungere la lapide del Verano si deve entrare dall'ingresso Crociate sulla via Tiburtina, proseguendo poi oltre il Tempio Israelitico lungo il viale rettilineo successivo sino al riquadro 60. Qui occorre svoltare a destra intorno all'edificio per entrare dall'ingresso posteriore che affaccia sul Muro dei Francesi. Non appena all'interno, ci si tiene sulla destra e poco più avanti si raggiunge il IV Passaggio. Sempre sulla destra, in basso, si trova la lapide.  

 
 
Due vedute della targa collocata nella sepoltura comune al Cimitero monumentale del Verano di Roma.  

 
Fabbrica Nuova Fiorentini Nel 2012 Filippo Fiorentini jr, nipote dell'omonimo fondatore della fabbrica e figlio di Giuseppe, ha scritto il libro "L'ultimo dei grandi industriali di Roma" (rimasto inedito) dedicato alla memoria del padre. Tra i suoi ricordi di famiglia legati al bombardamento del 3 marzo 1944, il primo riguarda il nonno Filippo che, considerando come era stata colpita duramente la fabbrica, ipotizzò che dietro il raid vi fosse stata una precisa segnalazione dell'obiettivo. I suoi sospetti - non corroborati da prove - caddero sull'inglese Mr. Steel (con curioso richiamo alla parola "acciaio") che era l'emissario inviato a Roma dalla società anglo-americana Ruston Bucyrus, dalla quale la Fiorentini aveva ottenuto la licenza per realizzare gli escavatori. Quanto alla produzione bellica della Fiorentini, essa si limitò ad un diverso uso di attrezzature pensate per l'edilizia civile. In particolare la Fiorentini propose al ministero della Marina la fornitura di escavatori cingolati che potevano essere impiegati nei porti per caricare i pesanti siluri sulle imbarcazioni militari durante la notte, mentre di giorno venivano occultati lontano dai porti (che venivano costantemente bombardati con distruzione delle grandi gru portuali fisse). Un ultimo ricordo riguarda il padre, Giuseppe Fiorentini: dopo la tragedia ricevette per mesi, davanti casa, le visite delle vedove e dei figli degli operai morti che lo venivano ad implorare per avere dei sussidi per sopravvivere.  

 
PER SAPERNE DI PIÙ  

I bunker di Roma di Ella Baffoni (28-05-2014, Succedeoggi.it)  
Il Tiburtino ricorda la strage dimenticata (03-03-2014, Metro)  
Cerimonia per la strage della Tiburtina di Laura Larcan (03-03-2014, Il Messaggero)  
Tiburtina, rivive la strage dimenticata di Laura Larcan (01-03-2014, Il Messaggero)
 
 


 
PROTEZIONE MAESTRANZE DEL DEPOSITO TRAM DI PORTA MAGGIORE  

Deposito tram Porta Maggiore Informazioni e immagini fornite da Osvaldo Zannoni, responsabile stabilimento di Porta Maggiore dal 2000, attualmente in pensione. Assunto alla fine degli anni Settanta dall'Atac come capo tecnico di prima classe. Autore dei libri "Il tramsporto del tramviere" (Calosci, 2011) e "Dalla Srto all'Atac - Breve storia dello stabilimento tramviario di Porta Maggiore" (Calosci, 2012).  

Quello di Porta Maggiore fu il secondo deposito attivato a Roma per custodire i mezzi adibiti al trasporto collettivo delle persone e in particolare i tram trainati da cavalli. L'impianto - la cui realizzazione era iniziata nel 1887 - era pronto all'inizio del 1889 e il 6 luglio di quello stesso anno fu visitato dal Re Umberto I. Ospitava scuderie per 700 cavalli e binari di ricovero per 200 tram. Sul muro di uno dei capannoni dello stabilimento è ancora visibile un prezioso cimelio d'epoca (vedi fotografia qui accanto), ovvero l'anello di attacco in metallo per tenere legati i cavalli che trainavano i tram in servizio sulle strade della città.  

 
 
A sinistra un modello di tram trainato da cavalli e, a destra, i danni al deposito per il bombardamento del 19 luglio 1943.  

 
Per quanto riguarda il periodo bellico, il ricovero antiaereo a protezione delle maestranze del deposito di Porta Maggiore fu realizzato solo nel 1944, dopo che il 19 luglio dell'anno precedente - durante il duro bombardamento degli Alleati sul quartiere di San Lorenzo - l'impianto era stato pesantemente danneggiato. L'ingresso del ricovero, per ironia della sorte, venne collocato esattamente nel luogo dove il 19 luglio 1943 era caduta una bomba rimasta per fortuna inesplosa. Per comprendere l'impatto della guerra sul sistema dei trasporti nella Capitale, basti pensare che il bilancio finale - solo nel comparto dei tram - vide 67 mezzi completamente distrutti, 219 gravemente danneggiati e 70 requisiti dai tedeschi. Così, se nel 1940 l'Atag aveva a disposizione 1.460 mezzi tra autobus, filobus e tram, alla fine del conflitto ne restavano solo 764.  

 
        
La bomba inesplosa, i capannoni in ricostruzione e la copertura in cemento dell'ingresso del ricovero. (Foto Atac)  

 
Il ricovero fu scavato sino a quattro metri di profondità ed era costituito da una galleria senza porte né tramezzi che proseguiva in direzione della Prenestina. Era presente anche un diverticolo basso (probabile uscita di emergenza) che andava invece nella direzione opposta (verso il silos della sabbia). In superficie, sul piazzale, oltre all'evidente copertura blindata in cemento della scala di accesso, era visibile anche lo sbocco della presa d'aria. Alla fine degli anni Sessanta-inizio anni Settanta il ricovero venne murato in fondo alla scala di accesso. Ciò avvenne in occasione dei lavori per la realizzazione della sopraelevata, che intercettò la galleria sotterranea in più punti con le fondazioni dei pilastri minandone la stabilità. In quegli anni - come ricorda Osvaldo Zannoni - il pianerottolo al coperto in fondo alla scala del rifugio veniva utilizzato come deposito della legna di risulta della falegnameria (allora i tram erano tutti in legno). Quel legname di scarto serviva per scaldarsi la notte, quando veniva bruciato nei grandi fusti vuoti dell'olio da 2 quintali.  

 
 
Due vedute della discesa che portava alla galleria del ricovero antiaereo murata all'inizio degli anni Settanta.  

 
A metà degli anni Ottanta, durante i lavori di rifacimento del piazzale (con il recupero dei sampietrini per un loro utilizzo nelle strade del centro storico), fu steso l'asfalto e realizzata una soletta in cemento sopra l'entrata del rifugio. Con l'occasione vennero rimosse sia la copertura-pensilina in cemento che la presa d'aria (posta poco più avanti verso la fine dei capannoni). Infine nel 2009/2010 si è verificato un cedimento della soletta in cemento messa a copertura del ricovero. Si è dunque proceduto alla riapertura delle scale d'ingresso e al riempimento dei vuoti sottostanti con cemento e materiali di risulta. Del ricovero antiaereo del deposito di Porta Maggiore resta solo il ricordo.  

 
        
Una scena dal film "La domenica della brava gente", i tram incastonati e Zannoni sul luogo dove c'era l'ingresso del ricovero.  

 
PER SAPERNE DI PIÙ  

Anche Porta Maggiore aveva il suo "bunker" (24-03-2014, Trasporti e Mobilità)  
 


 
STABILIMENTO SNIA VISCOSA SULLA VIA PRENESTINA  

In aggiornamento.