Città del Vaticano  

 
Approfondimento a cura di Lorenzo Grassi  

 
INTRODUZIONE  

Le informazioni che seguono sono frutto di una ricerca svolta nell'Archivio storico diplomatico del Ministero degli Affari Esteri e in particolare nella sezione dedicata alle Carte dell'Ambasciata d'Italia in Vaticano (Giugno 1929-Luglio 1935). Per le notizie sulla realizzazione di un rifugio antiaereo sotto i Palazzi pontifici la fonte è invece Marco Ansaldo, giornalista del quotidiano La Repubblica.  

 
IL "CUPOLONE" E LA PROTEZIONE ANTIAEREA  

 
RAPPORTI TRA ITALIA E VATICANO  

La Cupola di San Pietro I primi contatti tra il Regio Ministero della Guerra italiano e la Segreteria di Stato Vaticana, tramite Ambasciata, risalgono al dicembre del 1931 in vista dell'oscuramento "per esperimento di attacco aereo di Roma" da tenersi nelle notti del 28 e 29 settembre 1932. Senza il buio anche su San Pietro - segnala il Ministero - risulterebbe "frustrato l'analogo provvedimento attuato per la città di Roma" e d'altra parte, in caso di conflitto, anche il Vaticano potrebbe "inevitabilmente cadere nel raggio delle offese nemiche". Così, "dopo maturo esame", la Segreteria di Stato Vaticana aderisce "ben volentieri" all'estensione dell'oscuramento. Una nuova richiesta viene presentata dall'Italia nel settembre del 1935. Anche in questo caso la Santa Sede "consente a conformarsi alle misure di protezione antiaerea che saranno stabilite per la Capitale", ma precisando come ciò "non possa in nessun modo pregiudicare i caratteri di neutralità perpetua della Santa Sede stessa". Infatti, "per evitare tendenziose interpretazioni di tale sua determinazione da parte dell'estero", la Segreteria di Stato Vaticana - "data la delicatezza della materia" - chiede di poter trattare la cosa direttamente, lasciando fuori il Governatorato ed esprime il desiderio di "tenere riservate le intese".  

Monsignor Ottaviani, della Segreteria di Stato, spiega che in Vaticano vi sono "due correnti: secondo l'una non sarebbe convenuto l'oscuramento per dar così modo al nemico di identificare il territorio neutro". Ma prevalgono i favorevoli e dunque, anche nel 1936, la Santa Sede acconsente allo spegnimento delle luci. Nel febbraio del 1937 nuovi contatti con il Segretario di Stato, il Cardinale Eugenio Pacelli (futuro Papa Pio XII), e con il sostituto Monsignor Domenico Tardini che danno il benestare. "Ho raccomandato e ottenuto dal Cardinale e da Monsignor Tardini - scrive in un appunto riservato del 16 febbraio 1937 l'ambasciatore italiano presso la Santa Sede, Bonifacio Pignatti - l'impegno del segreto sul vero motivo dell'oscuramento". E aggiunge: "Il Segretario di Stato, dopo il colloquio avuto con me, è salito all'appartamento del Pontefice per metterlo al corrente delle cose e per prendere disposizioni per un eventuale trasferimento dell'alloggio del Papa dal terzo piano che occupa presentemente a un appartamento nei piani inferiori". In quegli stessi giorni il consigliere dell'Ambasciata, Angiolo Cassinis, riferisce che "il Vaticano non è preparato all'oscuramento" ma il Governatore, Camillo Serafini, assicura che "per questa prima volta i cittadini vaticani chiuderanno completamente le finestre e contemporaneamente saranno spente tutte le luci dei giardini e delle varie strade del Vaticano". Inoltre "per completare i sistemi di protezione dei cittadini vaticani il Governatore studierà l'opportunità di adibire determinati sotterranei come rifugi".  

Pio XI "È stato fatto presente che in tutta la Città del Vaticano non esiste alcuna maschera antigas, sarebbe pertanto opportuna l'offerta di qualche maschera di tipo moderno - scrive l'ambasciatore Pignatti al ministro degli Esteri, Galeazzo Ciano - almeno per le maggiori personalità, offerta che riuscirebbe certo molto gradita". A maggio del 1937 si prendono accordi per collegare il cavo delle sirene italiane, attraverso la Porta di Sant'Anna, con le due sirene vaticane. Si cita, poi, il fatto che "nei recenti bombardamenti aerei in Spagna si è fatto largo uso di piccole bombe incendiarie, con effetti terribili di pioggia di fuoco". Per questo si "mette in guardia il Vaticano per i pericoli di incendi e l'opportunità di trasferire gli archivi al piano terreno o nei sotterranei". Si auspicano, infine, esercitazioni con le maschere e addestramento alla difesa antiaerea chimica. "Monsignor Tardini - scrive il consigliere dell'ambasciata Cassinis in un appunto del 20 maggio 1937 - teme l'opposizione del Governatore Camillo Serafini se vi saranno spese, perché dovrebbe riferirne al Papa (Pio XI, nella foto) e Sua Santità è contraria a qualsiasi forma di difesa, dovendo bastare il Cupolone a salvare il Vaticano". A gennaio del 1938 vengono fornite alla Santa Sede una settantina di maschere "contro i gas asfissianti". A febbraio ne vengono richieste altre 50 per l'anticamera pontificia e del Cardinale Segretario di Stato.  

 
IL RIFUGIO DI PAPA PIO XII  

Pio XII A marzo del 1939 diventa Papa Eugenio Pacelli (Pio XII, nella foto) e la carica di Segretario di Stato passa al Cardinale Luigi Maglione. Subito viene chiesta l'adesione del Vaticano ad una nuova esercitazione di protezione antiaerea con oscuramento, rispetto alla quale il Governatorato comunica di "non avere nessuna obiezione da muovere". Intanto la Santa Sede si sta attrezzando in proprio e giusto alla vigilia dell'entrata in guerra dell'Italia, nel giugno del 1940, le SS tramite i loro informatori nei palazzi pontifici intercettano una lettera del Cardinale Maglione nella quale si precisa che sotto Città del Vaticano "il Papa si è fatto costruire un rifugio antiaereo al quale può accedere direttamente in ascensore". Il dispaccio, ritrovato in epoca recente negli archivi della Stasi tedesca, è stato svelato nel 2007 in un articolo del giornalista di Repubblica Marco Ansaldo. Il 25 luglio del 1940 arriva il via libera della Segreteria di Stato di Sua Santità alla realizzazione di trincee paraschegge nei prati lungo il Viale Vaticano (lato Musei).  

 
PROTESTE "PEL SORVOLO DI AEROMOBILI"  

Un approfondimento meritano le proteste del Vaticano per i sorvoli abusivi del suo territorio prima da parte di aeromobili italiani (sin dalla primavera del 1939), poi tedeschi, infine anglo-americani. Anche in questo caso i richiami della Santa Sede sono alla neutralità di diritto internazionale sancita dall'articolo 7 dei Patti Lateranensi. Così il 29 maggio 1940 l'ambasciatore italiano presso il Vaticano, Bernardo Attolico, appena nominato scrive: "In occasione della presentazione delle mie credenziali, mi è stato autorevolmente riparlato in Vaticano dei sorvoli del territorio pontificio da parte di nostri apparecchi. Sembra che - evidentemente per combinazione - questi sorvoli siano particolarmente frequenti proprio nell'ora in cui il Sommo Pontefice (Pio XII) fa la sua passeggiata pomeridiana (16-17). Mi è parso di capire che, in fondo, si sarebbe già contenti se i sorvoli in questione fossero evitati almeno in quell'ora".  

Aerei in formazione Ma le violazioni dello spazio aereo della Città del Vaticano proseguono, tanto che il 3 giugno 1940 scatta una protesta formale della Segreteria di Stato della Santa Sede che segnala il passaggio, alle 16.55, di ben 14 aeroplani disposti in formazione. Serve a poco, visto che nel febbraio del 1941 il Ministero dell'Aeronautica si trova a giustificare nuove violazioni dello spazio aereo "in gran parte da attribuirsi alle pessime condizioni meteorologiche, e le altre ad apparecchi tedeschi i cui equipaggi non erano a conoscenza del divieto di sorvolo della Città del Vaticano". A marzo l'ambasciatore Attolico sottolinea però che "l'area del territorio dello Stato della Città del Vaticano è assai ristretta e facilmente identificabile e dovrebbe perciò essere possibile evitare gli inconvenienti più volte segnalati". Le Autorità germaniche - come si legge in un Telespresso del Ministero degli Esteri del 29 luglio 1941 - "assicurano di aver impartito le necessarie istruzioni" e "pregano di tener presente che nella generalità le infrazioni sono dovute alla scarsa conoscenza del territorio da parte di equipaggi di volo che per la massima parte si trovano ad attraversare per la prima volta i dintorni di Roma e la Città stessa". E ancora, in un Telespresso del 19 maggio 1942, si legge che i sorvoli illegali - che intanto proseguono - "sono stati causati dalle non buone condizioni di visibilità che hanno impedito ai piloti di riconoscere la piccola zona della Città del Vaticano in tempo utile per manovrare opportunamente". Il 16 marzo 1943 un Telespresso del Ministero degli Esteri - dopo ulteriori sorvoli - richiede che "cessino definitivamente, anche perché - nella deprecata eventualità di un bombardamento - non possano essere oggetto di speculazione da parte nemica".  

Il 17 maggio del 1943, alle 2.07, aerei americani sorvolano Roma e lanciano dei manifestini. La contraerea spara diversi colpi, in ritardo e senza neppure sfiorare i velivoli nemici. Ma alcune schegge dei proiettili ricadono sul territorio del Vaticano provocando una protesta della Segreteria di Stato. Il fatto è riportato dal libro Venti angeli sopra Roma di Cesare De Simone.  

L'ultima nota rivenuta nell'Archivio storico diplomatico del Ministero degli Affari Esteri è relativa ad una duplice protesta formale avanzata alla fine del 1943 dal Vaticano - dopo i bombardamenti subiti da Roma - per la "ripetuta violazione della neutralità in seguito al sorvolo del territorio dello Stato da parte di velivoli anglo-americani". Fonti ecclesiastiche commentano: "Dall'America verranno fredde scuse diplomatiche nelle quali si attribuirà il fatto deplorato o alle condizioni di scarsa visibilità o alla inesatta interpretazione delle segnalazioni o a imperizia dei bombardieri" (ma "tutti sanno in quali condizioni di perfetta visibilità il sorvolo sia avvenuto" e "come i bombardamenti siano eseguiti scientificamente e da esperti piloti"); mentre "per parte dell'Inghilterra - più furba - si riaffermerà la speciosa tesi che lo spazio aereo, al di sopra di una data altezza, è libero a tutti e che i bombardieri, sorvolando la Città del Vaticano, si mantengono sempre ad un'altezza superiore a quella prescritta".  

 
RICOVERO ANTIAEREO GALLERIA GIANICOLO  

Galleria del Gianicolo Merita un cenno, infine, la vicenda dell'adattamento a ricovero antiaereo della Galleria sotto il Gianicolo. Nel febbraio del 1940 la Nunziatura Apostolica boccia la richiesta del Ministero degli Esteri di realizzare un ricovero pubblico nella Galleria che si stava costruendo poiché è "conveniente allontanare dal perimetro della zona vaticana i ricoveri antiaerei i quali, per gli assembramenti di popolo che richiamano, possono attirare l'attenzione del nemico nel deprecato caso di una guerra e divenire facile bersaglio". Nel giugno del 1943 il Ministero dell'Interno reitera la richiesta al Vaticano "facendo presente come l'esistenza di un sicuro ricovero in quella zona si renda estremamente necessaria ed è stato più volte richiesto, tramite la stampa, dall'opinione pubblica". Il Ministero degli Esteri sottolinea, inoltre, come "a parte il fatto che il ricovero verrebbe costruito in territorio italiano, poiché si tratta di dare rifugio alla popolazione civile della zona, qualsiasi azione nemica contro di esso non potrebbe che avere uno scopo terroristico e sarebbe effettuata in assoluto dispregio delle norme di diritto internazionale".  

Il Regio Governo, dunque, "non crede che la Santa Sede vorrà sollevare obiezioni alla messa in opera dei lavori necessari per l'adattamento a ricovero antiaereo della Galleria del Gianicolo in considerazione anche dell'urgenza di ultimare la protezione antiaerea dell'Urbe e della deprecabilità che un quartiere così popolato rimanga privo di una adeguata protezione che solo detta Galleria può offrire nella zona in questione". Il sollecito porta la data del 14 giugno 1943, la risposta della Segreteria di Stato vaticana ne porta una indelebile nella memoria dei romani: 19 luglio 1943. Mentre le bombe cadono su San Lorenzo, la Segreteria di Stato di Sua Santità precisa finalmente, in una nota, che "non solleva obiezioni a che la Galleria del Gianicolo sia adattata a ricovero antiaereo".  

 
BOMBARDAMENTI DEL VATICANO  

Copertina Sempre risparmiata nel corso dei ripetuti bombardamenti della Capitale avvenuti durante la guerra, la Città del Vaticano fu invece presa di mira due volte ad opera dei fascisti. In entrambi i casi - il 5 novembre del 1943 e il primo marzo 1944 - si trattò di attacchi condotti da un singolo velivolo e con ordigni di piccolo calibro. Obiettivo dei raid voluti dal gerarca repubblichino Roberto Farinacci (come confermano le ricostruzioni del libro "1943 Bombe sul Vaticano" di Augusto Ferrara - erano gli impianti di Radio Vaticana "colpevoli", secondo i fascisti, di trasmettere preziose notizie militari agli anglo-americani. Le cinque bombe sganciate il 5 novembre 1943 (una delle quali inesplosa) caddero nei giardini vaticani, danneggiando la Radio ricevente, il Palazzo del Governatorato, il laboratorio dei mosaici e il Palazzo del Cardinale Arciprete. Solo per un caso non vi furono vittime. Usa, Inghilterra e Germania negarono ogni responsabilità nell'attacco (significativamente non annunciato dalle sirene). Ad effettuarlo fu infatti un Savoia Marchetti della Repubblica di Salò - S.M. 79 "Sparviero" - pilotato dal sergente Parmeggiani e decollato da Viterbo (ma nel libro di Cesare De Simone "Venti angeli sopra Roma" - pur con la data sbagliata del 5 dicembre 1943 - si parla di una presunta ammissione di colpa venuta dalla Raf nel dopoguerra).  

Il secondo raid avvenne poco meno di tre mesi dopo, il primo marzo 1944: anche in questa occasione un piccolo velivolo - che già aveva sorvolato Radio Vaticana qualche sera prima - sganciò sei bombe che caddero nelle vicinanze del Vaticano, uccidendo un operaio e ferendo un religioso olandese. Vennero danneggiati il Palazzo del Sant'Uffizio, la sede dell'Oratorio di San Pietro e il Collegio Urbano di Propaganda Fide sul Gianicolo. Testimoni videro l'aereo urtare contro un ostacolo, liberarsi frettolosamente del suo micidiale carico e poi schiantarsi al suolo dopo aver colpito con un'ala una casa in via del Gelsomino (provocando la morte di un'anziana). Aereo e aviatore deceduto furono rimossi frettolosamente dalle autorità italiane. E anche la Santa Sede preferì stendere sui due "vigliacchi attacchi all'integrità del Vaticano" un premuroso velo di silenzio che è durato per decenni.  

 
PER SAPERNE DI PIÙ  

Pio XI: "Basta il Cupolone a salvarci dalle bombe" di Lorenzo Grassi (20-05-2013, Metro)
Il più innocuo (e misterioso) dei bombardamenti su Roma
di Claudio Fracassi (2013, estratto dal libro "La battaglia di Roma")
Il mistero delle bombe sul Vaticano di Sergio Lepri e Franco Arbitrio
Il ruolo del Vaticano nella salvaguardia del patrimonio artistico italiano
di Micol Forti (15-11-2012, Convegno "Musei e monumenti in guerra")
Bombe in Vaticano di Raffaele Alessandrini (10-01-2011, L'Osservatore Romano)
Furono i fascisti a bombardare il Vaticano di Mariaelena Finessi (11-11-2010, Zenit.org)
Quelle bombe sul Vaticano di Giovanni Russo (05-11-2010, Corriere della Sera)
Lajolo: "Bombardamento 1943 fu insulto a Santa Sede" (05-11-2010, Agenzia Ansa)
Intervista ad Augusto Ferrara (05-11-2010, Radio Vaticana)
I dossier segreti di Hitler che riabilitano Pio XII di Marco Ansaldo (29-03-2007, Repubblica)
L'errore della Raf di Cesare De Simone (1993, "Venti angeli sopra Roma" - Edizioni Mursia)
Criminoso attacco aereo alla Città del Vaticano (27-11-1943, Giornale Luce)  

 

 

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